Una riflessione sulla proposta radicale di un dissidente, plasmata da anni di carcerazione.
Di Alessandro Amicarelli — Konstantin Rudnev ha trascorso più di un decennio dietro le sbarre. Undici di quegli anni li ha scontati in Russia dopo un processo che gli osservatori internazionali considerarono profondamente viziato. Ora è detenuto in Argentina con accuse che rispecchiano quelle usate contro di lui in Russia, una continuità che solleva serie preoccupazioni sulla circolazione transnazionale di accuse non verificate. La sua lunga esperienza di detenzione lo ha portato a sviluppare una riflessione sulla natura delle carceri e sul futuro della giustizia penale. Recentemente ha pubblicato un breve video che merita attenzione, sia per il tono che per le idee che propone.
Questa dichiarazione ha un riveste un’importanza particolare perché si tratta del primo videomessaggio di Rudnev dopo molti anni di silenzio. Per lui parlare di nuovo pubblicamente è un passo profondamente personale. Segna un momento in cui sceglie di rientrare nella sfera pubblica nonostante i rischi che ogni espressione di dissenso ha storicamente comportato per lui. Chiede che questo venga riconosciuto perché la decisione di parlare non è stata né spontanea né facile. Riflette un rinnovato senso di responsabilità verso chi segue il suo caso e verso chi, come lui, ha sperimentato le conseguenze di una detenzione prolungata.
Visita medica di Rudnev nella sua residenza agli arresti domiciliari in Argentina
Inoltre, ha voluto collocare le sue parole nel contesto più ampio della realtà argentina, dove da tempo si sollevano preoccupazioni circa l'uso estensivo della detenzione preventiva. Un numero significativo di detenuti rimane in custodia per anni prima che un tribunale ne accerti la colpevolezza, e molti vengono infine rilasciati dopo essere stati dichiarati innocenti. Gli anni trascorsi in carcere non possono essere restituiti né a loro né alle loro famiglie. Questo costo umano, insieme alla percezione di un sistema che procede a rilento e spesso senza adeguate garanzie, ha determinato la decisione di Konstantin di prendere la parola. Il suo appello è rivolto non solo a coloro che seguono la sua situazione personale, ma anche a tutti coloro che potrebbero trovarsi ad affrontare circostanze simili, e riflette il suo desiderio di contribuire a un dibattito più ampio sulla giustizia, la dignità e il futuro del diritto penale.
Il video inizia con una dichiarazione personale che definisce il contesto di tutto ciò che seguirà: «Sono stato in carcere in totale per più di dodici anni. E ho trascorso lì questo tempo come prigioniero di coscienza. Perché ho parlato contro il regime di Putin, contro la guerra, contro l'orrore che sta accadendo in quei paesi. E proprio qui, in Argentina, sono finito in prigione anche io. E non posso fare a meno di dire la verità». Da questo punto di partenza si passa ad una riflessione più ampia sull’istituzione carceraria in sé. «Voglio dire la verità sulle carceri. Sul fatto che le carceri sono un rudimento della società. Le carceri devono essere abolite. Nessuna persona, stando in prigione, è diventata migliore».
L'argomentazione è intransigente. Rudnev descrive le carceri come luoghi che danneggiano gli individui, indeboliscono le famiglie ed erodono il tessuto sociale. «Le persone peggiorano. Al contrario, diventano criminali ancora più incalliti. Diventano malati. Alcuni crollano in prigione e non possono più continuare una vita normale». La sua proposta è quella di sostituire la carcerazione con forme di restrizione che mantengano gli individui all’interno del loro ambiente familiare. «Devono essere sostituite con altre misure restrittive, ad esempio gli arresti domiciliari, affinché una persona possa stare a casa, nella cerchia della propria famiglia, affinché i figli crescano insieme al padre, la moglie stia insieme al marito, i genitori anziani non perdano il figlio».
Questa visione è radicata nella convinzione che la trasformazione morale avvenga attraverso le relazioni e l’influenza della comunità e della spiritualità. «Solo in tal caso, vivendo in una famiglia, una persona può correggersi, perché sia la religione che la famiglia possono correggere una persona». Per lui le carceri sono istituzioni che recidono questi legami e causano danni a lungo termine. «Tali carceri non possono aiutare la nostra società a cambiare, né possono aiutare una persona a migliorare. Pertanto, quanto più velocemente le carceri verranno eliminate, tanto più velocemente il bene e la giustizia trionferanno nel mondo».
Rudnev durante il processo in Russia
Il messaggio di Rudnev si inserisce in una lunga e complessa tradizione di pensiero anti-carcerario. Filosofi, giuristi e riformatori hanno immaginato società senza prigioni per secoli. Thomas More descrisse sistemi alternativi di disciplina sociale in "Utopia". Gli abolizionisti del XIX secolo in Europa e negli Stati Uniti misero in discussione la legittimità morale della reclusione. Pensatori del XX secolo come Peter Kropotkin e i primi movimenti di riforma penale hanno esplorato modelli di giustizia riparativa che riducessero al minimo la reclusione. Gli studi abolizionisti contemporanei continuano a dibattere sulla possibilità di sostituire le prigioni con sistemi di responsabilità basati sulla comunità. La proposta di Rudnev si inserisce in questa tradizione, sebbene scaturisca dalla sua esperienza personale piuttosto che dalla teoria accademica.
Il suo messaggio prosegue con una riflessione sulle radici del crimine. «Se la società fosse più umana e religiosa, più gentile, allora anche il crimine diminuirebbe. Dopotutto, il crimine nasce dal fatto che le persone sono malvagie, e il male prospera nella nostra società. E il prosperare del male porta, in definitiva, al crimine». Conclude con un invito a ripensare le priorità. «È necessario riflettere su come rendere il mondo più gentile, su come renderlo più amorevole, su come rendere le persone più religiose, su come rafforzare le famiglie. Allora sia il crimine che le prigioni scompariranno. Pertanto le prigioni sono proprio il flagello della nostra società. Distruggono le persone, rovinano le famiglie, rendono le persone peggiori e devono essere eliminate».
Come avvocato, considero questo messaggio una provocazione radicale che invita alla riflessione. L’abolizione completa delle carceri è difficile da immaginare nei sistemi giuridici contemporanei e le sfide pratiche sono considerevoli. Eppure il valore di un messaggio del genere risiede proprio nella sua capacità di mettere in discussione i presupposti e di ricordarci che la giustizia penale è una creazione umana piuttosto che una struttura immutabile.
L’esperienza carceraria di Rudnev ha plasmato una visione che cerca di porre la dignità, la famiglia e lo sviluppo morale al centro della vita sociale. Anche se la sua proposta non può essere attuata nella sua interezza, contribuisce ad un importante dibattito sul futuro della pena e sulla possibilità di alternative più umane.
Pubblicato anche su Bitter Winter